martedì 27 aprile 2010

Black Edge

Sono stati giorni intensi; abbiamo concluso un altro caso che sembrava alla deriva. L'operazione era banale, fingersi una coppietta clandestina, qualcosa di ridicolmente semplice da fare.
Ho passato metà del tempo nell'operazione a dirmi ripetute volte di non distrarmi, forse in quel momento mi sono accorto che le cose stavano prendendo una brutta piega.
E poi nei sotterranei del dipartimento, quell'invito senza senso mascherato da un intento puramente lavorativo...
Non ci sarà sempre per me, quando si sposerà o si trasferirà finirò in sordina, è così che deve andare in fondo, ne sono perfettamente conscio.
Ma lei non sembra rendersene conto e si sentirà in colpa quando si accorgerà di avermi accantonato. Non voglio che accada così, è giusto che quell'anello che porta al dito sia simbolo di un futuro per lei ed è un bene che io in quel futuro non ci abbia nulla a che fare.
Il lavoro è la cosa più importante, è un modo di vivere che Katrine sembra non condividere a differenza di me e quanto vorrei che invece lo condividesse, sarebbe tutto più semplice, ma sembra che non possa essere banalmente così.
Sono tornato nel mio ufficio ieri per sbrigare un po' del mio lavoro di notte; non riuscivo a fare niente di ciò che mi ero ripromesso, ho avuto un accesso d'ira e ho rovesciato tutto quello che si trovava sulla scrivania per terra.
Ogni volta che trovo un equilibrio c'è sempre qualcosa o qualcuno che lo infrange, credevo di essere felice com'ero, ma aveva ragione la dottoressa Pepe, non si può vivere di solo lavoro e senza alcun contatto umano...
Forse... No, io ero felice fino a che non ho provato quel calore, quel calore che non era dovuto al ricorso alle mie capacità mutanti e che mi ha portato sull'orlo di un baratro oscuro.
Candia ne era stata la prima causa, quando ero ancora umano e se n'è andata evitandomi tutte le difficoltà del caso. Questa volta la situazione è diversa ma sono sicuro che la mia soddisfazione come agente basti a seppellire a sufficienza ogni mio altro desiderio.
Per quanto magro possa sembrare ad altri, ho ancora il mio lavoro e una promessa che assieme sono più importanti di qualsiasi altra cosa.

giovedì 15 aprile 2010

Iron Cricket

Non ho desiderato altro: tornare in servizio.
Era una necessità improrogabile, come nutrirsi o sopravvivere. Volevo tornare a fare il mio lavoro e volevo tornare a farlo il prima possibile.
C'è solo una parola per descrivere tutto: Passione. Sento di vivere per il lavoro che svolgo, tutto il resto è passeggero e fuggevole.
Quando indosso la divisa sono un'altra persona, non mi interessa cosa pensano di me, io faccio ciò per cui sono stato investito e lo faccio al meglio delle possibilità.
La morale cambia secondo la convenienza, la legge no, rimane se stessa e pretende di essere rispettata come una coscienza incorruttibile che batte cassa costantemente su ogni azione compiuta; il Grillo Parlante di Ferro.

Jethro ha una sua morale, un suo modo di agire che ha prevaricato la legge per qualche interesse di natura diverso rispetto alla salvaguardia dei cittadini secondo gli strumenti che garantiscano l'imparzialità.
La morte in sè di Stewart non ha minimamente mosso il mio spirito, tuttavia il mio cuore rabbrividisce davanti allo stupro della giustizia.
Il solo risultato che quest'azione ha portato è la presenza di un criminale in più in giro, un criminale che una volta era alleato, ma non si può fare a meno di chiedersi fino a che punto sia stato, in un certo senso, uno di Noi.

Fa tutto parte di un gioco già visto: l'egoismo, l'interesse personale deve vincere facendoci diventare alla stregua dei criminali o dei terroristi che fino a poco tempo prima sono stati combattuti con decisione e incorruttibilità. Pare inevitabile eppure io sono ancora sano; forse è difficile operare delle scelte giuste oppure sono tutti fottutamente codardi.
Tomas Crawford ora si è allontanato dal dipartimento; un collega su cui poter contare che si è dileguato scomparendo nella nebbia della battaglia perenne e al quale avrei stretto molto volentieri la mano, per un ultimo saluto da parte di chi la pensa allo stesso modo, da parte di chi condivide una realtà, un ideale difficile da portare avanti...
Ora c'è Derrick Fisher, un capitano che sosterrò fino a consumare me stesso se servirà, per far capire che c'è chi non si cura minimamente dei suoi problemi personali, per far capire che nonostante le stragi interiori e i cambiamenti continui, poiché indossa una divisa è un uomo incorruttibile, un ideale adamantino, una muraglia infinita contro il più fervido degli assalitori.

Il mio vecchio era un poliziotto, lo vedevo tornare a casa stravolto e talvolta non lo vedevo nemmeno rincasare. Quando ero ragazzino temevo costantemente che ogni giorno all'arrivo di un'auto della polizia, non ne uscisse mio padre; ogni volta temevo e quando Sean rincasava lo guardavo con sollievo, mi metteva una mano sulla testa arruffandomi i capelli, non diceva niente e andava a baciare mia madre.
Non capivo allora cosa volesse dire quel silenzio, poteva suonare come un semplice: “ciao figliolo sono a casa” ma era troppo intenso per essere un banale saluto; non poteva nemmeno essere: “visto? Sono tornato e sto bene” perchè avrebbe strappato un sorriso di incoraggiamento... Oggi ho capito:

“Tu farai meglio di me”

Poi il giorno arrivò.
Stavo rincasando dall'università, si era fermata davanti a casa un'auto della polizia, dentro c'erano due agenti in divisa che si guardavano come se cercassero qualcosa dentro di loro. Io li osservavo, ma nessuno scendeva, nessuno scendeva...

Se sono stato capace di sacrificare i miei bisogni personali per mettere davanti ad ogni cosa la legge vuol dire che chiunque lo può fare se lo vuole e se non lo fa è cosciente che non lo sta facendo. Non c'è nessuna via di mezzo, nessun compromesso e nessuna giustificazione; come non si può infrangere un poco la legge, o la si infrange o la si rispetta.

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- Non l'hai detta giusta – disse il Bruco.
- Non del tutto giusta, temo – corresse Alice, con voce incerta: - devo aver sostituito qualche parola
- L'hai storpiata dal principio alla fine – insistè il Bruco, in tono deciso.

martedì 13 aprile 2010

Darwin's Joke

un dolore intenso e un fremito... io esisto.
sento suoni lontani che si alternano gravi e lievi in questo perenne buio.
in tutta questa notte, ho in mano qualcosa, cerco di fare forza per capire cosa sia e la stretta viene ricambiata con una certa enfasi: è qualcosa di vivo che freme, come volesse tenermi ancorato a quel mondo, come non volesse lasciarmi più andare.
schiudo un occhio... vedo ombre sfocate che si susseguono talvolta rapide e talvolta pacate in un'oscurità ancora imperante, come spiriti inconsistenti in una valle della morte. Si ingrandiscono di tanto in tanto per poi rimpicciolirsi, ma solo una rimane costante, protesa verso di me.
Le voci si fanno più nitide, chiamano qualcosa, mi chiedono qualcosa, non riesco a rispondere, è difficile, impossibile, non riesco a capire cosa mi chiedono, cosa dicono.

"Ike..."

Un nome, il mio nome, cerco di annuire, ma il gesto fa esplodere un dolore lancinante alla testa che cerco di sopportare stringendo gli occhi e tornando al buio.

"Non aprire gli occhi, portatemi un antidolorifico"

E' la voce di una donna, ma non so chi sia, tutte le voci mi sembrano uguali nella mia testa, eppure mi sembra familiare. Apro la bocca con gli occhi chiusi, quello che esce è un suono roco, spento, ma per certi versi brutale
Il dolore mi costringe al silenzio, sento di essere sdraiato, la testa è ben salda in qualcosa, probabilmente un supporto apposito, dato che non riesco a muoverla

"sono la dottoressa Byte, non muovere la testa, non sforzarti, sei ancora molto debole"

No, è pura immaginazione, allucinazione; il desiderio inconsistente che ci fosse una certa persona accanto a me in questo momento rende il dolore ancora meno sopportabile e il ritorno alla coscienza si carica un'amara rassegnazione.
Tengo gli occhi chiusi, il dolore in qualche modo si placa, probabilmente l'antidolorifico... mi sento stanco, la mia coscienza è stata tediata troppo, il riposo è invitante...

Ho riacquistato il mio aspetto umano, non capisco cosa mi succede, non capisco cosa sono diventato.
Ho passato una vita a viverla come essere umano, poi la mutazione mi ha costretto in pochissime settimane ad abituarmi a vivere la vita come una schifosa Bestia ed ora che stavo ottenendo qualche successo sono tornato umano e devo riabituarmi a vivere come un qualunque cittadino...

Ho una barba accennata in viso, i capelli sono lunghi e non ne vogliono sapere di stare in ordine, quando mi vedo allo specchio leggo nel mio sguardo una scintilla selvaggia. Solo questo sembra essermi rimasto della Bestia, solo un ricordo... e nuovamente il Labirinto, il dono più grande

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- E tu chi sei? - le chiese
Non era un approccio troppo incoraggiante
- Io... non lo so bene, signore, al momento - rispose Alice alquanto esitante - Al massimo so chi ero stamattina quando mi sono alzata, ma penso di essere cambiata parecchie volte, nel corso della giornata
- Che cosa vuoi dire con ciò? - domandò il bruco in tono brusco - Spiegati!
- Non posso spiegare me stessa, temo, signore - rispose Alice - perchè non sono me stessa, mi capisce?
- Non capisco