venerdì 12 marzo 2010

Labyrinth

Credevo di essere andato vicino alla fine, ma non desideravo rivedere ancora qualcuno prima di andarmene, non ho pregato alcun dio nè sperato di finire in qualche bel posto dalle candide spiagge immerso in un cielo di perenne tramonto. Volevo solo che quell'inferno finisse o almeno credo che in quel momento lo desiderassi. Ma come si suol dire, non era ancora scoccata la mia ora e ricatapultato di botto nella realtà mi sono accorto cosa ero diventato ed ho gridato... ne è uscito un ruggito.
Con me era presente il tenente Fisher, sul lato passeggero della volante della polizia, stavamo inseguendo l'assassino di David Torres e ci siamo dovuti fermare a causa del mio inconveniente; fortunatamente McAdams è stato catturato dalle altre volanti in pattuglia, allertate dal collega, questo era stato l'importante, con il senno di poi.
In serata mi sono diretto subito alla sede MCU nell'edificio dell'ONU per capire cosa mi fosse successo, non nego affatto di aver coltivato con rapidità e smisurato amore la piantina debole della speranza: io ero malato, avevo contratto qualche virus o qualcuno vicino alla volante in vena di scherzi si era divertito a imbestialirmi; ne ero così convinto che quando sono entrato nella Hall, quasi avevo dimenticato il mostro che ero diventato.
Poi ricordo che tutto si è svolto molto in fretta, come se la mia mente abbia accelerato volontariamente il ricordo di quei momenti, per giungere alla conclusione: gene x.
ogni mia speranza è stata mandata in frantumi, la piantina che avevo coltivato in così poco tempo si era rivelata viziata dal male ed era marcita.
Quando Nomanches mi ha porto il bracciale di registrazione non ci ho pensato un secondo di più... L'ho indossato subito, con la promessa a me stesso che non l'avrei tolto per nulla al mondo. Ero evidentemente pericoloso, dovevo sicuramente esserlo... Il ricordo dell'orso del fear seaside occupava ogni camera ed anticamera del mio cervello: volevo essere legato a qualcosa, monitorato, non volevo fare del male a qualcuno, volevo un collare, un guinzaglio che mi permettesse di poter muovere qualche passo senza timore di danneggiare qualcuno, senza, in fondo, il timore di temere me stesso al punto di impazzire e ucciedere.
Questa catena di pensieri mi hanno accompagnato fino a tarda ora, nel mio squallido monolocale per lo più spoglio e a tratti sporco.
Forse c'è un rimedio...

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